ECOMUSEO DELL'ALABASTRO

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ECOMUSEO CASTELLINA

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Punto Museale Centrale di Castellina Marittima (Pisa)

CASTELLINA MARITTIMA: PUNTO MUSEALE DELL'ESCAVAZIONE

Un'antica leggenda popolare vuole che, in un tempo lontano, Castellina fosse formata da sette borghi, situati su colline limitrofe e così la sua denominazione, non sarebbe altro che il ricordo di quegli antichi castelli.

E' sicuramente più plausibile che il nome derivi dal fatto che in origine, il paese fosse di modeste dimensioni e costituito sostanzialmente dal solo Castello.

L'abitato inizialmente fu chiamato Castellina Pisana, poi Castellina in Val di Fine, successivamente Castellina in Maremma (Repetti) ed infine l'odierno toponimo di Castellina Marittima.

Le prime notizie certe sul borgo di Castellina risalgono all'epoca medievale; come testimonia un documento del 1267, atestante la vendita da parte di un certo conte Ildobrandino del Castello, alla Repubblica di Pisa, che viveva un momento di floridezza economica. Castellina rimase sottoposta a Pisa fino al momento in cui prese parte, con Ugo di Gíovanni conte di Montescudaio, detto Bacarozzo, "della Consorteria dei Della Gherardesca e Vicario di Pisa per le Maremme" alla breve rivolta del 1345.

Quando infine Pisa cadde in mano ai fiorentini (1406), tutti i paesi della Repubblica sconfitta dovettero sottomettersi ai vincitori. Questa fu quindi anche la sorte di Castellina.

In quest'epoca Castellina giuridicamente ricadeva sotto la Podesteria di Rosignano. Sotto il dominio fiorentino Castellina, alla pari con altre comunità del pisano, poté formulare propri statuti, (oggi raccolti presso l'Archivio di Stato di Firenze e presso l'Archivio Arcivescovile di Pisa.)

Dagli statuti emerge che la maggior parte degli ordinamenti è rivolta al coordinamento della vita del villaggio e dell'attività agricola, nonché alla salvaguardia del patrimonio boschivo. Altresì è da rilevare l'importanza di alcuni di questi che al di fuori della consuetudine, tendono a voler risolvere problemi sociali, quali l'istruzione e la sanità (Statuti del 1545).

Con l'avvento dei Medici, il territorio fu soggetto ad un nuovo processo di feudalismo, e fu proprio Castellina il primo feudo della provincia di Pisa, "...Il Serenissimo Granduca Ferdinando II nel 17 marzo 1628 concesse il Castello di Castellina con tutto il suo territorio posto nello Stato e dominio fiorentino delle Maremme di Pisa sotto il Vicariato di Lari e la Podesteria di Peccioli, al Signor Senatore Raffaello di Francesco dei Medici. . . (Tornaquinci) ed ai suoi eredi.

Tale concessione ebbe seguito fino al 1776, quando furono applicate le nuove riforme comunitative leopoldine (17/06/1776).

I marchesi della Castellina, con dimora in Firenze, discendevano direttamente dal ramo principale dei Medici; il casato Tornaquinci fu aggiunto all'inizio del XVIII secolo, al momento in cui Francesco Maria sposò Margherita Teresa di Piero Tornaquinci . Con l'attuazione delle riforme, il nucleo abitato di Castellina ebbe una forte spinta ad incrementarsi "dapprima con capanne e poi con case", tant'è che intorno al 1830, l'estensione dell'abitato raggiunge una superficie pari al 50% dell'attuale, e le sue condizioni economiche non dovevano essere particolarmente negative, se il geografo Zuccagni Orlandini così lo descrive:

"Comunità di Castellina Marittima- Alle falde di un poggio detto Sassi Bianchi perché nudi filoni di alberese biancheggiano sulle sue cime trovasi la Castellina già Feudo dei March. Medici. E' un villaggio di comode e decenti abitazioni circondate da campi ben coltivati. In luogo eminente trovasi l'Arcipretura da essa discendasi nel villaggio, in mezzo al quale è una vasta piazza. Qui risiede un medico chir. Ed un maestro"

Riprendendo il nostro discorso; con le riforme leopoldine del 17/6/1776, Castellina si ricostituì in Comunità entrando a far parte della Podesteria di Rosignano nella Cancelleria di Lari.

Inoltre, in questo periodo, Castellina costituiva una ricca riserva di caccia dei Marchesi ed annoverava già 77 case (fuochi). Nel 1738 fu rinnovata la concessione del Feudo al Marchese Francesco Maria dei Medici:

"...in conseguenza di ciò la Castellina col suo terr. fu staccata dalla giurisdizione del vicariato R. di Lari per il Criminale, e dalla potesteria di Peccioli per il Civile. Formata residenza di un vicario feudale col titolo di commissario, questi vi esercitò giurisdizione baronale sino a che il paese venne restituito alla giurisdizione del Vicario R. di Lari per il criminale ..... mentre per le cause civili ... si assegnò al potestà di Chianni, sino a che nel 1833 la Castellina fu destinata per l'una e l'altra giurisdizione al nuovo Vicario R. di Rosignano ... " (Repetti)

Intorno al 1830 si ebbe un incremento dell'attività industriale soprattutto nel settore estrattivo dell'alabastro: "nel 1830 si contano, più di 60 laboratori" per la lavorazione dell'alabastro estratto (oggi di questi antichi laboratori non vi è più traccia nel tessuto urbano). Intorno alla metà del secolo (1838) furono aperte due miniere di rame di cui una "sotto il Castello dalla parte della Vignaccia, passando al di sotto della Casa Biancani e la Canonica sino alla località detta "Il Pozzo" di proprietà della Società Mineralogica Pisana, l'altra nella Tenuta del Terriccio, di proprietà dei Principi Poniatoski.

Questa situazione di relativo benessere, si mantenne fino all'annessione del Granducato al Regno d'Italia (1859), da tale data in poi Castellina andrà a condividere il proprio destino con quello nazionale.

Ci preme concludere, con la descrizione del Repetti che ci dà sembra una testimonianza molto esplicita ed esauriente sulla reale condizione sociale di Castellina (1832):

" ... Le mandre delle bestie pecorine rese stazionarie, aumentate di numero, e migliorate di prodotti per qualità di pastura, più sani fontanili e più frequenti luoghi di ricovero; la libera estrazione dell'alabastro greggio, sono altrettante cause che possono aver influito finora alla prosperità di questo paese e della sua popolazione quasi triplicata nel breve giro di 40 anni...".

COS'E' UN ECOMUSEO

 

Il termine "ecomuseo", coniato da Hugues de Varine Bohan, fu usato per la prima volta a Digione il 3 settembre 1971 da Robert Pujade, ministro francese della Qualità della vita e sindaco di quella cittadina. L'ecomuseo vuole essere l'istituzione che si occupa di studiare, conservare, valorizzare e presentare la memoria collettiva globale di una comunità delimitata geograficamente. Esso è un collegamento in rete dei punti di interesse museale, culturale, storico e naturale che costituiscono l'identità storica e culturale di una certa area geografica. Scopo dell'ecomuseo è ricostruire l'identità di una popolazione senza eluderne la complessità e le contraddizioni. Un ecomuseo, infatti, secondo la definizione datane da George Henri Rivière, ideatore e fondatore degli ecomusei in Francia: "E' uno specchio dove la popolazione si guarda, per riconoscersi in esso, dove cerca spiegazioni del territorio al quale è legata, unite a quelle delle popolazioni che l'hanno preceduta, nella discontinuità o nella continuità delle generazioni. Uno specchio che la popolazione tende ai suoi ospiti, per farsi meglio comprendere". L'ecomuseo è essenzialmente un museo ecologico che si occupa dello studio e della conservazione dell'ambiente globale inteso sia come ambiente naturale che culturale: è un museo dell'uomo e della natura, in cui l'uomo è interpretato nel suo contesto naturale e la natura lo è nel suo stato selvaggio, ma anche quale la società tradizionale e la società industriale la hanno adattata ai loro usi. L'ecomuseo tiene conto di tutte le testimonianze senza privilegiarne alcune. Quindi studia il paesaggio, i siti, gli edifici, i monumenti, gli oggetti e le testimonianze orali, visive e scritte. L'ecomuseo è un museo all'aperto che comprende tutto il territorio di riferimento. E' formato da una serie di sedi dislocate nella comunità, di cui una sede principale, e da itinerari che, attraversando il territorio, ne evidenziano gli aspetti particolari. Un museo dello spazio. Di spazi privilegiati, dove sostare o camminare. Esso privilegia il linguaggio visivo degli oggetti fisici e delle immagini valorizzati sia nel loro contesto originario che nella loro esposizione al pubblico. L'ecomuseo si caratterizza e si differenzia, dunque, dal museo tradizionale per essere un museo del tempo e dello spazio: del tempo perché non privilegia sezioni storiche particolari e definite, ma si riferisce al passato come al presente, proiettandosi verso il futuro; dello spazio perché è il territorio nel suo insieme, con tutte le espressioni ed i segni del lavoro sedimentati nello spessore dei secoli, ad essere bene da conservare. L'ecomuseo non si limita, pertanto, a valorizzare solo delle parti, ma estende la sua azione ad interi insiemi paesistici dove particolari fattori naturali e sociali hanno, nel tempo, plasmato e condizionato il modo di vivere, l'economia, le tradizioni e la cultura delle comunità.

Secondo la definizione internazionale, l'Ecomuseo è "un'istituzione culturale che assicura in forma permanente, su un determinato territorio e con la partecipazione della popolazione, le funzioni di ricerca, conservazione, valorizzazione di un insieme di beni naturali e culturali, rappresentativi di un ambiente e dei modi di vita che lì si sono succeduti".
L'Ecomuseo è uno specchio in cui la popolazione si guarda, per riconoscersi, dove cerca la spiegazione del territorio al quale è legata, così come quella delle popolazioni che l'hanno preceduta. Ma è pure un laboratorio di studio, un museo a cielo aperto, una scuola per i residenti e per gli ospiti.
Gli Ecomusei sono aree o luoghi assai diffusi, frequentati ed apprezzati, soprattutto nei Paesi nordici e di cultura anglosassone. In Italia si stanno affacciando sulla scena solo negli ultimi anni come una delle forme più innovative per coniugare conservazione e sviluppo, cultura ed ambiente.

Una delle definizioni più efficaci di Ecomuseo in riferimento al Museo tradizionale è così distinta:

MUSEO

ECOMUSEO

Collezione

Patrimonio

Immobile

Territorio

Pubblico

Popolazione

 

L'istituzione degli Ecomusei in Italia è attualmente disciplinata da due leggi specifiche, della Regione Piemonte e della Provincia Autonoma di Trento (Legge Provinciale n. 13 del 9-11-2000).